
11) Cicerone. Teoria e pratica.
    Qui Cicerone critica direttamente Platone e coloro (siano essi
stoici o epicurei) che si disinteressano della vita politica,
dimostrando quanto sia inadeguata la loro concezione della
giustizia, e sostiene apertamente la superiorit della pratica
politica sulla teoria, la quale tuttavia mantiene una sua
importanza

De officiis, I, 28-29, 157 (vedi manuale pagina 194).

1   Molte sono solitamente le ragioni per cui si tralascia la
difesa e si tradisce il dovere: non ci si vuol accollare
inimicizie, brighe o spese, ovvero per negligenza, pigrizia,
inerzia, o ancora si  impediti dai propri interessi ed
occupazioni in maniera tale da non preoccuparsi che vengano
abbandonati quelli che si dovrebbe proteggere. Ci sarebbe da
pensare che non sia sufficiente quanto si dice in Platone a
proposito dei filosofi, che sono giusti soltanto perch si
occupano della ricerca del vero, e perch tengono in dispregio ci
appunto che il volgo brama intensamente e per cui suole scannarsi
a vicenda. Certamente essi perseguono il primo genere di
giustizia, di non nuocere ad alcuno recandogli offesa; cadono per
nel secondo, abbandonando la difesa di chi debbono proteggere,
impediti dal desiderio della scienza. Cos egli ritiene che
costoro nemmeno si dovrebbero dedicare alla politica, se non
costrettivi. Sarebbe per stato pi giusto se vi si dedicassero
volontariamente, poich la rettitudine  virtuosa soltanto a
condizione di essere volontaria. Vi sono inoltre di quelli che
dicono, o per preoccupazioni patrimoniali o per una sorta di
misantropia, di badare agli affari loro e di non far del male a
nessuno. Anche costoro, pur esenti da un genere di ingiustizia,
cadono nel secondo: trascurano la vita associata, senza
contribuirvi con alcun interesse, con alcuna attivit, con alcuna
capacit.
    [...].
2   Come gli sciami delle api si riuniscono non gi per costruire
i favi, ma costruiscono questi in grazia del loro istinto
associativo, cos gli uomini si dedicano con solerzia all'azione
ed alla speculazione in quanto naturalmente congregati in societ,
ancor pi delle api stesse. Pertanto ove quella virt, che risulta
dall'obbligo di proteggere gli uomini, cio dalla sociabilit
umana, non si unisca alla conoscenza teorica, quest'ultima sembra
andar errando sterile e in solitudine. Parimenti la magnanimit
senza il sentimento sociale e l'unione degli uomini non sarebbe
che una sorta di inumana ferocia. Pertanto l'esigenza sociale e la
comunione degli uomini ha la precedenza sull'interesse teorico

(Cicerone, Opere politiche e filosofiche, UTET, Torino, 1953,
volume I, pagine 357-358, 410).

